Manifesto

Daniel Buren, fra i massimi esponenti del panorama artistico internazionale, firma il manifesto di Spoleto64: un’immagine che richiama le celebri strisce verticali, cifra stilistica dell’artista, che furono protagoniste a Spoleto già nel 1980, in occasione del progetto “Incontri 1980: 20 interventi di artisti contemporanei a Spoleto” per cui Buren tinse a strisce bianco/rosa le scalinate della cittadina umbra.
Daniel Buren, inoltre, nel 2022 sarà fra gli artisti ospiti di Spoleto65 con un’installazione “in situ” per il foyer del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, commissionata dal Festival dei Due Mondi.

Le righe sono l’esito di un processo naturale iniziato verso il 1964, quando dipingevo opere astratte caratterizzate da larghe strisce verticali. Nell’autunno del 1965, in un mercatino di Parigi, trovai per caso del cotone a righe, quello usato per fare cuscini e materassi, simile ai tendoni delle terrazze di caffè e ristoranti. Fui immediatamente attratto da quel materiale, forse perché somigliava ai quadri che stavo realizzando da oltre un anno. Comprai molti metri di tessuto – la larghezza delle righe era appunto di 8,7 centimetri – e cominciai a lavorarci.
Stravolgere, ridefinire lo spazio attraverso l’opera d’arte che a sua volta, grazie allo spazio in cui è immersa, assume una forma e un’identità: è questo il tratto distintivo di Daniel Buren. Inventore del termine in situ, Buren interviene sullo spazio espositivo, lo modifica e gli dà nuova valenza, indagando nel profondo della dialettica tra l’opera e il suo contesto, tra l’artista e il suo pubblico.
La definizione “lavoro in situ”, intesa come io la intendo, potrebbe essere tradotta come: “trasformazione del luogo” realizzata attraverso varie operazioni, compreso l’utilizzo del mio strumento visivo. “In situ”, nella mia mente, significa che esiste un legame volutamente accettato tra il luogo e il “lavoro” che lì vi si svolge, che lì si presenta, che lì si espone.

Biografia

Formatosi all’École des Métiers d’Art e all’Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, riceve, nel corso della sua lunga carriera, molti riconoscimenti e premi, fra cui il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1986 e il Praemium Imperiale per la pittura della Japan Art Foundation, nel 2007. Buren, uno dei più influenti esponenti della riflessione storica sulle istituzioni sviluppatasi fra gli anni Sessanta e Settanta e denominata Institutional Critique, basa la sua ricerca e la sua produzione, a partire dalla metà degli anni Sessanta, su una stoffa da tende a righe, alternativamente bianche e colorate, dallo spessore standard di 8,7 cm.
Alla sua prima personale alla Galleria Apollinaire di Milano, nel ’68, seguono la dibattuta partecipazione alla 5th International Exhibition al Guggenheim di New York, nel ’71, e alla Documenta V curata da Szeemann nel ’72, che ne affermano il prestigio nell’ambito dell’Arte Concettuale. A partire dagli anni Ottanta, Buren accosta progressivamente la realizzazione di opere di formato museale a installazioni architettoniche in spazi pubblici. Dopo la sua partecipazione ad alcune delle più importanti mostre degli ultimi decenni, sono innumerevoli i lavori permanenti che testimoniano la sua ricerca: tra questi, lo spettacolare Les Deux Plateaux (1985-1986) nella Corte d’Onore del Palais-Royal a Parigi; Sens dessus Dessous (1994), al Parc des Célestins di Lione; 25 Porticos: The Color and its Reflections (1996), Tokyo; Sulle vigne: punti di vista, al Castello di Ama, Gaiole in Chianti (2001); Puente de la Salve, sull’omonimo ponte adiacente al Guggenheim Museum di Bilbao (2007).